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Cast
- Aime Clariond
- Genevieve Guitry
- Sacha Guitry
Produzione
Donne-moi tes yeux (1943)
Regia
Sacha Guitry
Trama
“Se quel disegno di Daumier dovesse rompersi tu non lo vedrai più, io invece lo avrò sempre impresso come se fosse sempre lì, bisogna saper trarre le cose positive dalle disgrazie”, più o meno con queste parole (vado a memoria) il pittore-scultore François rassicura la sua amata compagna Catherine e, contemporaneamente, funziona da saggio (tutto il film lo è) sulla vista, sul vedere ma anche sul tatto. Il film Donne-moi tes yeux (1943) è fondamentalmente un melodramma, anche se ha un inizio da commedia, in cui i due protagonisti si innamorano nonostante l’enorme differenza d’età (28 anni), legame minato dalla prossima e certa malattia che porterà alla cecità il pittore e che per questo farà in modo di far credere a Catherine di non amarla più per allontanarla da lui. Una specie di signora delle camelie a sessi invertiti. I due protagonisti sono interpretati, dallo stesso regista Sacha Guitry, con i soliti eccessi enfatici e teatrali accentuatisi con l’età, e dalla brillante Genevieve Guitry (“non si pensava potesse raggiungere tale livello di sottigliezza” scrive Vecchiali), moglie nella vita dell’attore (anche se il matrimonio durò un solo anno): tra loro vi sono veramente 28 anni di differenza e per questo il loro legame sullo schermo può avere qualcosa di autobiografico (intendo su tutta la parte – il film è molto dialogato e un po’ prolisso – che riguarda le considerazioni di un amore con un tale squilibrio d’età). Ma come dicevo il pregio del film sta soprattutto nell’analisi cinematografica del vedere, dell’osservare, della bellezza visiva e tattile. All’inizio varie carrellate all’interno di un museo ci illustrano numerosi quadri e alcune sculture e anche a casa di François sono importanti gli oggetti e i quadri che vi si trovano. Vi è poi una scena meravigliosa quando François e Catherine camminano per strada in una notte senza illuminazione e i dettagli dei loro piedi poi del viso di lei, vengono illuminati da un cerchio di luce proveniente da una torcia. E per tutto il film vi è uno scambio di sguardi continuo e considerazioni sull’importanza di fermarsi ad osservare per trovare la bellezza. Ed è bella e terribile l’inquadratura del volto guardato da François che sfuma nel momento in cui l’uomo perde definitivamente la vista. Nonostante qualche appunto per alcune civetterie di regia, Vecchiali nella sua encinéclopedie parla molto bene del film (forse il suo preferito del regista): “Regia fluida e discreta, superbe carrellate, direzione d’attori assolutamente perfetta(…) Preciso sulla distanza, preciso nei sentimenti, discreto nella morale della favola (“nella vita, ciò che uccide è la speranza”), questo film è il capolavoro di Sacha Guitry”. Per Jean-Loup Passek (Dictionnaire du Cinema, Larousse): “è un mélo intelligente come quelli che a volte scriveva per il teatro” (voto 6/7)
Trama a cura della redazione di
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