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Cast
- Genevieve Bujold
- Yves Montand
- Michel Piccoli
- Ingrid Thulin
Produzione
La guerre est finie (La guerra e finita) (1966)
Regia
Alain Resnais
Trama
Ed è sempre un contesto politico che ha a che fare con una guerra (la guerra civile spagnola) e le conseguenze di imprigionamento e uccisioni di contestatori ed esiliati, che fa da sfondo al successivo film di Resnais, La guerra è finita (1966). Il protagonista dai mille nomi (Yves Montand) è un rivoluzionario esiliato in Francia ed è un elemento dell’organizzazione rivoluzionaria contro la dittatura con il compito di far la spola tra Francia e Spagna per portare messaggi, organizzare azioni, carpire informazioni. Una specie di spia (ed infatti il film sembra di genere spionistico in superficie) che rischia la vita continuamente e si sposta da un luogo all’altro con frequenza altissima, con identità sempre diverse, nel film non è praticamente mai fermo. Ed è lui il vero tema del film. Un uomo che non ha più una patria, che non ha più un’identità, che “sembra brancolare nel buio, non sa più qual è la strada, non sa dove sta andando” come gli dice la compagna Marianne (Ingrid Thulin) ad un certo punto. Un rivoluzionario deve avere “pazienza e ironia” per sopportare tutto questo e non rischiare di buttare tutto all’aria e magari lasciarci la vita o la libertà. Ma lui ormai sta cominciando a perdere l’una e l’altra, fuma mille sigarette, è disilluso (contrariamente ad un gruppo di studenti marxisti francesi che vorrebbero incendiare subito la situazione nel nome di una rivoluzione bombarola), e sta cominciando a pensare al passato e al futuro con altri occhi, quelli di un uomo che vorrebbe amare la sua donna, che vorrebbe trovare un posto dove stabilirsi per sempre, che sa ancora innamorarsi e sognare una vita diversa quando ad esempio incontra la giovane studentessa Nadine (Genevieve Bujold). “La nausea di Diego (ma ha altri nomi fino a rasentare lo smarrimento della vera identità) rispecchia la crisi generale delle ideologie, la coscienza dell’inadeguatezza d’ogni schema prefissato per giudicare una realtà in evoluzione.” (viii). E la maestria del montaggio resnaisiano diventa psicologico con i suoi frame innumerevoli che si susseguono come facessero parte della mente del protagonista, dei suoi ricordi, delle sue speranze, delle sue paure. Figure di donne, luoghi, azioni avvenute prima o prospettate, la vita che torna come un vortice di immagini nella mente di un uomo che non può vivere una sua vita. “Resnais, questa volta, ed è solo la prima di altre volte (…) entra con la macchina da presa in un cervello raziocinante o irraziocinante e ci fa vedere ciò che vede o pre-vede quel cervello (…) L’operazione linguistica di Resnais appare tanto più audace se si pensa che essa muove dalle suggestioni di un testo di Jorge Semprun, carico di echi autobiografici e dunque di una forte tensione drammatica nei dialoghi (…) e di una ancor più forte tensione lirica dei monologhi fuori campo.” (*). Ancora una volta il politico, il tragico collettivo diventa analisi individuale, umana, come anche nei precedenti film. Resnais torna al bianco e nero e indugia sui dettagli, soprattutto nei momenti in cui l’amore fisico dà l’oblio al tormentato Montand, come durante l’amplesso con la Bujold nella sequenza in cui riprende pezzi del pallido corpo dell’attrice su uno sfondo bianco (“un gioco di volumi e di piani. Una geometria (tutto il film è uno smagliante teorema in bianco e nero)”) (*), come già ha fatto Godard in Una donna sposata (1964) e come contemporaneamente farà Bergman in Persona (1966), a testimonianza di un’idea di poetica cinematografica che accomuna i grandi sperimentatori visionari del tempo. D’altronde “nel 1966, in La guerra è finita le multiple corse d’Yves Montand per riuscire a prendere una serie di treni o auto concatenate, sembrano una ripresa più studiata del singhiozzante ripetersi della fuga di Belmondo e Karina fuori dell’appartamento di Pierrot le fou” (vii) Valutazioni: “Quasi contro la volontà degli autori, lo scrittore Jorge Semprun e il regista Resnais, il film assume nell’insieme una coloritura hemingwayana, romantica e stoica; diventa, per così dire, il Per chi suona la campana degli anni settanta.” (viii). Nel corso labirintico del racconto affiora il motivo conduttore di un omaggio all’uomo e alla sua integrità, in coincidenza tra livello pubblico e livello privato, continuamente intrecciati” (vi) “Una valida riflessione sul rapporto basilare nella sua ispirazione tra passato e presente, tra memoria e coscienza presente.” (***) (voto 7,5) Product placement: importante ruolo all’inizio per la Citroen, Lilet su un posacenere, Total, Perrier, Otis, Lowenbrau, Jdena (valigetta anch’essa importante nel plot), Le Figaro e Coca Cola. Ma la più evidente è la pubblicità per l’aperitivo Raphael che si trova all’entrata di una Metropolitana più volte inquadrato.
*Sergio Arecco, Alain Resnais o la persistenza della memoria, Le Mani, 1997
**Jean-Loup Passek, Dictionnaire du cinéma, Larousse
*** Georges Sadoul, Storia del cinema Mondiale, Feltrinelli economica
IV) François Thomas, Trente ans avec Alain Resnais Entretiens, Les Impressions Nouvelles, 2022
V) Joachim Lepastier, A la taille de l’amour, Cahiers du cinema Aprile 2014
VI) Morando Morandini, Il Morandini 2011, Zanichelli
VII) Cyril Béghin, Le montage à travers les ages, Cahiers du cinema Aprile 2014
VIII) Tullio Kezich, recensioni riportate su Il Millefilm, Oscar Mondadori.
STEFANO BARBACINI
Trama a cura della redazione di
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