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Cast
  • Noee Abita
  • Laure Calamy
  • Tamara Cano
Produzione
  • Canal +

Ava (2017)

Regia

Lea Mysius

Trama

Lea Mysius, che ad oggi ha diretto due lungometraggi, è una che riesce ad avere entrambe queste qualità, tecnica ed abilità di racconto. Qualcuno probabilmente in Italia avrà notato il suo nome tra i cosceneggiatori di Emilia Perez di Audiard ma difficilmente la si conosce come regista dato che i suoi film non sono usciti nella nostra nazione. L’esordio Ava (2017) è stupefacente per forza anarchica, ritratto adolescenziale e lampi surrealisti. Ava è una ragazzina di tredici anni (in realtà la sorprendente, per naturalezza, Noée Abita, l’attrice che la interpreta, era più grande, sui diciassette anni altrimenti certe scene fortine sarebbero state difficili da girare) in vacanza con la madre single e con il fratellino neonato. Durante una visita oculistica viene a scoprire che presto diventerà cieca. A questo punto comincerà ad affrontare la vita, la sua crescita personale e sessuale, mai regolata da una madre farfallona e poco affettiva, con l’istinto e la sregolatezza di una cieca che affronta il buio del mondo e dell’esistenza, cercando di prendersi tutto quello che può prima di non poterlo più vedere. Aiuta un ragazzo più grande, un gitano di origini spagnole a riprendersi dopo un sanguinoso litigio causato da un razzismo sotterraneo, e con lui parte in una fuga insensata fregandosene di regole e futuro. La regia della Mysius asseconda questo modo di vivere cambiando stile in progressione alla crescita  della protagonista. A tratti road movie alla Cohen, a tratti visionario come quando, tra reale e onirico, ci mostra la madre (Laure Calamy, un’attrice che non ha nessun pudore e concede spesso il suo corpo allo schermo senza ipocriti pudori) a gambe aperte con “l’origine del mondo” in bella vista, il neonato ucciso da poliziotti (e mi risuonano nelle orecchie le dichiarazioni odierne degli agenti ICE: noi sappiamo come trattare i bambini…) e poi l’inquadratura di un occhio che esce dalla bocca di Ava che sembra tratta dalle pagine di Bataille; in altri momenti diventa una bizzarra commedia (i due che travestitisi da selvaggi rapinano turisti in una spiaggia di nudisti) e comunque in ogni momento sfrutta le location in modo meraviglioso gestendo con perfetta visione d’insieme spazi e soggetti. *”Ho voluto mischiare i generi, ed essere sempre in linea con il punto di vista di Ava: mano a mano che lei perde la vista, noi cominciamo da uno stile molto naturalista per andare verso un racconto e il film di genere (…) volevo che il film si emancipasse dalle costrizioni narrative”. Tutto questo in un contesto in cui si sente costantemente la sotterranea paura del diverso e la presenza della polizia a cavallo, un contesto che Ava vuole lacerare e superare contro tutto e tutti, probabilmente con l’incoscienza di chi ha poco da aspettarsi dal futuro. *“Volevo che la perdita della vista fosse la metafora del mondo che si oscura. Ho girato tutto nel Médoc dove il Front National è molto presente, dove c’è razzismo” (*dichiarazioni di Lea Mysius riportate su Positif 677-678 raccolte da Michel Cieutat e Yann Tobin) “(La Mysius) ci offre la recita iniziatica cruda e solare di un’adolescente che scopre il suo corpo mentre contemporaneamente apprende come accettare la sua progressiva cecità” scrive Dominique Martinez in un rapido compendio del film. Oppure come scrive Nicolas Bauche sulla recensione (Positif 677-678) intitolata con acutezza La vestale cieca: “è una ricerca della luce sul fondo di una predizione quasi oracolare. L’occhio, figura geometrica perfetta, rinchiude il destino dell’adolescente in un fatum visuale drammatico.” (voto 7) Product placement quasi nullo, citiamo solo una Renault Nevada importante per la fuga dei ragazzi e una lattina di Coca Cola.

Trama a cura della redazione di

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