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Cast
- Janet McTeer
- Barbara Sukowa
Produzione
-
WDR - Westdeutscher Rundfunk
Hannah Arendt (2012)
Regia
Margarethe Von Trotta
Trama
Altro biopic da me recuperato è Hannah Arendt (2012) di Margarethe Von Trotta. Il film si concentra sull’avvenimento probabilmente più importante e contrastato nella vita della grande filosofa politica di origine ebraica. Nel 1961 l’ex-gerarca delle SS Adolf Eichmann viene catturato dal Mossad israeliano per fargli pagare i crimini che lo hanno visto collaborare allo sterminio di 6 milioni di ebrei. La Arendt che già aveva pubblicato il seminale Le origini del totalitarismo, dopo esser riuscita ad evitare la prigionia in un campo di concentramento fuggendo in America, vuole esser presente al processo ad Eichmann per capire cosa può avere avuto in testa un uomo per aver condiviso un tale crimine contro l’umanità. Si reca per questo, incaricata dal New Yorker, a seguire il processo e ad ascoltare l’uomo. Scopre che si tratta di un uomo comune, incapace di ragionare al di là degli ordini che gli venivano dati e che non si sentiva un assassino solo per aver fatto il suo lavoro. Da qui nasceranno le considerazioni che porteranno la Arendt a scrivere il suo fondamentale La banalità del male in cui dirà che il male non è radicato nell’uomo ma che in qualsiasi persona comune possono nascere in tutta “normalità” azioni estreme che portano al male. Ma nei suoi primi articoli per il New Yorker scriverà anche che nello sterminio degli ebrei vi sono anche colpe dei capi ebraici. Questo basta per scatenare una bufera che la porta a perdere amici e ad essere additata come “difenditrice di un nazista”. La Von Trotta come al solito non va troppo di ricamo ed è diretta nel racconto solitamente politico dei suoi film. Una regista da sempre concreta nell’affrontare le problematiche che l’hanno interessata nella sua carriera (comunismo, terrorismo, fascismo, femminismo) che qui fa al solito un ottimo lavoro coadiuvata da un’invecchiata e nervosa (fuma continuamente) Barbara Sukova che dipinge una donna capace di amicizia e amore ma impossibilitata a rinunciare per questo alle sue idee. L’unico neo l’aver voluto mettere nel film la sua iniziazione filosofica e anche sentimentale con Heidegger, quando era ancora una giovane studentessa tedesca, con la controversa iscrizione al partito nazista da parte dell’uomo, non tanto perché non sia tema di assoluto interesse, ma perché resta un po’ in disparte e avrebbe meritato più tempo da dedicargli. (Voto 7-) Una macchina da scrivere Underwood potrebbe essere considerato un product placement.
STEFANO BARBACINI
Trama a cura della redazione di
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