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Cast
- Kayije Kagame
- Guslagie Malanda
- Aurelia Petit
Produzione
Saint Omer (2022)
Regia
Alice Diop
Trama
Ben più interessante quando gli autori, in questo caso la regista Alice Diop, mischiano, con intelligenza e ben studiate architetture cinematografiche, la psicologia individuale con il contesto sociale e di genere. Con Saint Omer (2022), film vincitore del premio come migliore opera prima alla 79^ Mostra di Venezia, la documentarista francese di genitori senegalesi è passata alla fiction partendo comunque da avvenimenti reali. Il film è basato sulla storia di Fabienne Kabou, una giovane madre che nel 2013 abbandonò il figlio di appena 15 mesi su una spiaggia per consegnarlo al mare, lasciandolo in pratica morire, che colpì molto la regista la quale partecipò come spettatrice al processo per capirne la psicologia. Il film ne è la trasposizione finzionale sostituendo il nome della protagonista, che diventa Laurence Coly (interprete Guslagie Malanda, dall’espressione intensamente gelida e dolorosa), e creando un personaggio di insegnante universitaria di letteratura, che è un po’ la rappresentazione in parte autobiografica della regista, Rama (Kayije Kagame, figura imponente quanto dolente, un corpo di bellezza statuaria: “L’estetica del film è politica, è una riflessione sulla possibilità di mettere il corpo di una donna nera al centro”), che partecipa, appunto, come spettatrice al processo. Il film è principalmente un’opera di genere processuale, gran parte si svolge dentro l’aula del tribunale con piani fissi su Laurence Coly che racconta la sua storia alla giudice con stacchi su primi piani di avvocati e spettatori, tutto con una colorazione marrone delicata che dà contemporaneamente un’aria di tranquillità e di asetticità in contrasto con il dramma di una madre infanticida. Attorno al processo si muovono flashback e pause di riflessione di Rama che ritrova nella storia di Laurence attinenze con la sua. I rapporti con la madre similari, il marito bianco come era bianco e più grande il compagno dell’imputata, la condizione di donna incinta con le preoccupazioni del caso. Questi momenti più riflessivi sono girati con piani sequenza e musica stridente e inquietante a dimostrazione dell’agitazione psicologica della donna. Ciò che a Rama probabilmente permetterà di superare i “brutti pensieri” e di capire la psicologia di Laurence (derisa un po’ da tutti e accusata di essere un mostro bugiardo perché dichiara di essere stata spinta all’atto dalla stregoneria) con la forza della letteratura (Marguerite Duras che parla di donne, dopo la guerra, umiliate, devastate, marchiate nell’onore: “Il solo luogo dove io mi sentivo me stessa, era nella letteratura francese”) e del cinema (viene citato Hiroshima mon amour e Rama guarda sequenze della Medea di Pasolini con la Callas). “Hiroshima mon amour andava al di là della colpevolezza per abbordare una verità scomoda. E’ questo che evocava in me Fabienne Kabou. Il suo crimine è abominevole, ma quando io sento la sua frase in cui dice che lei ha deposto il suo bambino per affidarlo al mare, allora il film diventa possibile”. Un’opera densa di argomentazioni nella sua semplicità: le difficoltà di donne africane emigrate “un dolore dell’esilio che ha modellato la donna che sono e molte delle donne nere francesi”, i rapporti con la madre, lo scetticismo degli occidentali sulle tradizioni africane (che giunge allo sberleffo ignorante quando una professoressa di filosofia chiede al processo a Laurence come una donna africana possa studiare Wittgenstein, così lontano dalla sua sensibilità “lei sicuramente non ha saputo misurare la violenza della sua domanda”), l’identità di donna di origini africane in una nazione come la Francia, la difficoltà quasi da martirio dell’essere madre “E’ un film sulla follia delle donne, che permette agli uomini di guardare diversamente le loro spose, le loro madri, che permette alle donne di guardare diversamente le loro madri, le loro figlie.” (voto 6/7) Tutte le frasi tra virgolette sono prese dall’intervista alla regista fatta da Dominique Martinez e Jean-Dominique Nuttens e riportata su Positif n. 742. Product placement scarso con Weber su una t-shirt, un paio di New Balance indossate da Rama e il Nesquik con cui faceva colazione da ragazzina.
Trama a cura della redazione di
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