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Cast
  • Mohamad Ali Keshavarz
  • Farhad Kheradmand
  • Hossein Rezai
Produzione
  • CiBy 2000

Zire darakhatan zeyton (Sotto gli ulivi) (1994)

Regia

Abbas Kiarostami

Trama

Sotto gli ulivi (Through the Olive Trees, 1994) chiude la trilogia. Ambientato nel territorio distrutto dal territorio, una troupe cinematografica “vera” cerca attori non professionisti per girare un film. Kiarostami si affida nuovamente ad un personaggio-doppione, l’attore Mohamad Ali Keshavarz, e sviluppa ulteriormente i collegamenti ai propri film precedenti. In primis, smaschera subito l’identità di film su un film (a differenza de E la vita continua in cui lo scopo del viaggio non è chiaro fin da subito) attribuendo anche qui un tenore documentaristico, riporta il maestro de Dov’è la casa del mio amico in quanto attore e ambienta il film nel villaggio distrutto che abbiamo esplorato nel capitolo precedente. Se volti e luoghi ci sembrano familiari (prima su tutte la nonna della ragazza scelta dal regista), Kiarostami eleva ulteriormente la sua narrazione metacinematografica. Durante una scena di riprese, la troupe gira parte di E la vita continua, facendoci capire che anche quello fosse effettivamente un film. Kiarostami non si accontenta, ed aggiunge un altro livello. Il regista Keshavarz sta girando un film su due neosposi immediatamente dopo il terremoto. Il protagonista del film, Hossein, è realmente innamorato della collega Tahereh e ha chiesto più volte alla nonna la mano della ragazza, ricevendo sempre un rifiuto. Keshavarz scivola lentamente dalla storia d’amore sullo schermo a quella dietro le quinte, interessandosi alla vita di Hossein e al suo rapporto (praticamente inesistente dato che non gli parla, se non quando recitano) con Tahereh. Il giovane è analfabeta, quindi rifiutato come ipotetico marito dalla nonna di Tahereh perché non potrebbe dare un futuro degno alla ragazza. Tuttavia, non è possibile non emozionarsi di fronte alla purezza dei sentimenti del ragazzo, tanto ingenui nelle promesse quanto profondi e sinceri. Kiarostami tratteggia nuovamente con infinita delicatezza un Iran rurale, a tratti arretrato, ma, al tempo stesso, quasi immacolato nonostante il passare del tempo e la tragedia del terremoto. Il regno fiabesco che si crea, pur attendendosi fermamente alla realtà, viene elevato nella scena finale. Un’infinita distesa di ulivi, la musica, la natura e la speranza che Taheren abbia almeno rivolto la parola all’innamorato Hossein.

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