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Cast
- Fanny Ardant
- pierre arditi
- sabine azema
Produzione
L'amour a mort (1984)
Regia
Alain Resnais
Trama
Se La vita è un romanzo cos’è la morte? La fine o il completamento della vita e dell’amore? L’amore eros che con la morte comune si trasforma in agape, la forma più alta e disinteressata di un amore. Con L’amour à mort (1984) Resnais continua la sua indagine dei rapporti umani, dei sentimenti di coppia ma inserisce in modo deciso (non che nei film precedenti considerazioni sulla morte e sul suicidio non ci fossero) il tema della fine. Il regista come si diceva ha superato i sessanta d’età e la morte comincia a diventare argomentazione filosofica ma anche timore e considerazione personale. Si affida ancora alla penna di Jean Gruault che già sull’argomento aveva dato parecchio scrivendo nel 1978 La camera verde di Truffaut di cui questo film di Resnais sembra un’integrazione. Due coppie formate dal quartetto di attori di cui si diceva essere ormai la sua “compagnia fissa di recitazione” del regista, ovvero Elisabeth (Sabine Azema) e Simon (Pierre Arditi), lei botanica e quindi che contribuisce facendo crescere piante a far nascere la vita, lui archeologo che esplora invece i residui dell’umanità dopo la morte. L’inizio e la fine. In contraltare vi sono Jerome (André Dussollier) e Judith (Fanny Ardant) che rappresentano, essendo due studiosi e pastori protestanti, il lato filosofico e religioso, quelli che dovrebbero indirizzare la vita e preparare alla morte e all’aldilà. Accade che Simon ad inizio film muore e… resuscita dando il là ad un cambiamento intimo e di prospettiva futura differente nel rapporto con Elisabeth che, forse proprio per questo evento, diventa assoluto. Si prospetta una scelta tra il raggiungere “il grandioso e il sublime consacrandosi agli altri” oppure, all’opposto “scegliere la frivolezza e la leggerezza nella vita”, scelta lasciata al caso buttando una monetina in aria che, però, continuerà a girare senza mai cadere… l’unica cosa che conta ormai è il loro amore. Il legame tra i due si fa talmente profondo che quando Simon decede realmente Elisabeth vuole seguirlo nella morte. Il film è costruito a quadri brevi, a volte brevissimi, separati da una dissolvenza in nero, spesso puntellata da una specie di nevischio bianco. “Quello che cambia a partire da L’amour à mort, e produce differenti stadi di montaggio nell’opera, è questa preponderanza del raccordo come incidente sovrano. Il montaggio non è dimenticato a favore di strutture drammaturgiche improntate al teatro e dell’attenzione portata agli attori, come è stato spesso detto. Ma subisce una doppia mutazione: da un lato, è sempre più sottomesso a ripetizioni programmatiche che, pur conservando gli aspetti di invasione di ciò che è montato, neutralizzano il momento dell’articolazione. Simultaneamente, in una vera metamorfosi, il raccordo si interiorizza, prende forma: i suoi effetti si incarnano d’ora in avanti nelle immagini, nei corpi, nelle musiche.” (vii). Un modo ancora una volta originale di raccontare con Resnais che non smette di sperimentare, utilizza anche il colore in modo denso e psicologico e primi piani intensi, spesso inquadrando i volti abbracciati montando la scena prima da un lato mostrando uno dei due visi e poi dall’altro per mettere in primo piano l’altro. Raggiunge così un rigore “religioso” che fa pensare a Dreyer e a Bergman. Mai nei suoi film i corpi e i volti dei suoi attori sono diventati in questo modo tutt’uno con la parola, espressione della stessa. Non più poesia e astrattismo ma passione intima vera. “A partire da un certo momento, la forma è l’attore, l’umano. Lascia da parte la forma regina (…) Mi sembra che da quel momento, nel suo cinema, qualcosa d’altro nasca” (xi). E poi c’è l’importanza preponderante della musica “il punto di partenza di L’amour à mort fu la tentazione di servirsi della musica come elemento drammatico, di provare a vedere se si poteva organizzare un film utilizzando la musica come una sorta di quinto personaggio” (iv). Il film fu massacrato da Tullio Kezich (che di solito lodava Resnais): “E’ difficile amare un film geometrico e imbarazzante come un dépliant delle pompe fubebri; ed è anche impossibile condividere il plauso con cui il pastore Ardant accompagna il karakiri di una ragazza giovane, bella e in buona salute. Siamo di fronte a un tardivo esempio di quella letteratura teosofica che Pirandello ridicolizzò (…) inno alla morte, lagnoso e intimidatorio, che svela (…) un’allarmante irresponsabilità riguardo a un tema tanto grave, un intellettualismo compiaciuto e la più totale mancanza di senso dell’umorismo.” (viii). Il Morandini è invece positivo: “è il più semplice dei film di Resnais: monocorde, lineare, tutto tenuto su una nota alta (…) Il tema romantico dell’amore che dura oltre la morte è svolto nei termini laici di un razionalismo materialistico che non esclude né la pietà né l’utopia.” (vi). In mezzo ai due sta il Mereghetti: “costruito come una <> che parla dell’unico amore capace di andare oltre la morte, il surrealista amour fou, trasformato qui in una specie di religione laica e terrena. Discutibile ma emotivo e affascinante”. (ix). Non si rileva product placement.
Trama a cura della redazione di
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