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Cast
- Fanny Ardant
- pierre arditi
- sabine azema
Produzione
Melo (1986)
Regia
Alain Resnais
Trama
Arriviamo all’opera che anche più delle precedenti illustra i nuovi interessi di Resnais verso una narrazione più lineare, melodrammatico-intellettuale e molto teatrale, Mélo (1986). “La prima parte dell’opera di Resnais si concentrava su qualche cosa di più introspettivo, onirico e anche militante. E’ formando questo quartetto composto da Fanny Ardant, Sabine Azema, André Dussollier e me, che Resnais si è orientato verso quello che lui chiamava <>, qualche cosa di più raffinato, più leggero, mantenendo però un fondo di profondità, di pesantezza a volte”(XI). O meglio il teatro (per la prima volta l’opera del regista attinge ad una pièce teatrale (di Henri Bernstein) per altro già portata sullo schermo più volte) viene fagocitato dal cinema e Resnais non fa nulla per nascondere l’evidenza della provenienza, anzi la sottolinea (il film come la pièce è suddivisa in tre “atti” ed ognuno di questi è separato dall’immagine di un sipario teatrale chiuso) e allo stesso tempo la stravolge evitando l’immagine fissa, tornando ai piani sequenza, inserendo molti riferimenti musicali e esasperando l’eleganza del profilmico, un’eleganza memorabile, quell’eleganza formale che mancava ad alcune opere a colori precedenti “gli artifici rivendicati del teatro gli permettono di utilizzare dei franchi cambiamenti di luce nel corso della stessa scena. La verosimiglianza non si situa in un realismo spaziale, ma dai sobbalzi dei sentimenti” (v). Per altro la scelta di un film come questo è stata dettata anche dal dover rispettare tempi brevi e budget bassi: “Se avessimo girato in ambientazioni esterne, avrei rifiutato di farlo: ci avremmo messo quaranta giorni e sarebbe costato molto caro (il film è stato poi girato in ventitre giorni ndr)” (IV). Ambientato nel periodo più “glamour” del novecento, ovvero gli anni ’20, ed interpretato dal solito fedelissimo quartetto resnainiano (o meglio il terzetto Azema-Arditi-Dussollier con l’Ardant a fare da quarto incomodo), è la storia di una donna, Romaine che ama due uomini, il marito Pierre (Arditi) e il suo migliore amico Marcel (Dussollier), pianista di successo. “(Sabine Azema) dans Mélo è la donna alla Guitry, a prima vista una femmina-bambina vivace ed emotiva, ma il cui lo sguardo non è mai sincero (…) quello che lei pensa resta nascosto dietro attitudini da fotografia anni 30, molto di profilo, a volte con le perle in mano. Tutto sembra calcolato. E’ una donna che costruisce, che fabbrica il suo rapporto con l’altro, per cui l’uomo è un avversario che bisogna sedurre per sopravvivere.” (XII) Oppure, visto dall’altra parte, la storia di due uomini che si innamorano della stessa donna. Nel primo atto si consuma l’avvicinamento di Marcel a Romaine anche se entrambi sono consci di fare uno sgarbo all’amato Pierre (a cui sono legati da matrimonio e amicizia). Nel secondo si racconta dei rapporti pieni di senso di colpa dei due amanti e della malattia che coglie Pierre, probabilmente indotta da un’instabile Romaine che non regge alla situazione e si suicida. Nel terzo atto vi è l’elaborazione del lutto, Pierre ha sposato la “brava” moglie Ardant e con lei ha avuto il figlio che Romaine non gli ha mai dato ma non riesce a dimenticare la donna morta. In un confronto finale con Marcel cerca di fargli rivelare l’affaire da lui avuto con la moglie ma quest’ultimo difende la propria posizione e quella della donna negando tutto, rinchiudendosi nel dolore e nel ricordo. Ancora amore e morte, amour fou e scelte di vita, intrecci sentimentali e sesso. Con la prolissità verbale di un Rohmer ma con la leggerezza ossessiva di un Truffaut il racconto da banale si fa formalmente proustiano: “Con Proust si sono cimentati alcuni, altri hanno provato e hanno rinunciato, lo stesso Resnais ha flirtato con lui in certi film, lasciandosi suggestionare dalle sue intermittenze del cuore e dai suoi raptus da memoria involontari, ma mai s’è visto Proust al cinema come in questo film.” (*) Giovanni Grazzini ben sintetizza dove viene evidenziato il valore del film in una sua critica del 1987: “ Valendosi degli stessi attori magnifici di cui già si servì per La vita è un romanzo e L’amore a morte, rispettando alla lettera le battute di Bernstein, curando a meraviglia le toilettes e le scenografie d’epoca dei suoi soli cinque ambienti (la casa di Marcel è quasi un museo dell’art déco), sottolineando la natura teatrale del testo sino a farci sentire il brusio del pubblico in sala, Alain Resnais aggiunge infatti un’altra gemma alla sua collana di film a basso costo e alto tasso d’intelligenza, girati con poche inquadrature ma densissimi valori musicali (…), di prospettive psicologiche, di umori teneri e crudeli (…) Ecco un caso in cui il cinema cancella la muffa del palcoscenico, ecco un’altra vittoria dello stile”. (voto 6/7) Film d’epoca in cui però viene citata Citroen e le sigarette Caporal, product placement?
STEFANO BARBACINI
Trama a cura della redazione di
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